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Quella voragine di profonda sofferenza che porta al GAP, spiegata dalla dottoressa Chiara Pracucci, psicologa che vuole vincere la patologia dell’azzardo.

«La prima volta che ho messo a fuoco un interesse per il gioco d’azzardo patologico è stato nel 2009, quando scelsi di scrivere la mia tesi laurea in psicologia clinica su questa particolare forma di dipendenza che allora nel DSM-IV era ancora inquadrata nei “Disturbi del controllo degli impulsi”». Ci racconta Chiara Pracucci, psicologa, socia fondatrice dell’associazione di promozione sociale in ambito socio-sanitario “In Sé” (www.associazioneinse.it) e ideatrice di “Run to win”, la prima gara podistica in Italia contro il fenomeno dell’azzardo (www.runtowin.it).

«Sin da subito mi sono sentita attratta dall’esplorare questo “territorio clinico” che presentava ai miei occhi una dissonanza», continua la dott.ssa Pracucci, «come poteva essere un gioco (che nell’immaginario è libero, sociale, creativo, competitivo, divertente) un potenziale comportamento patologico che riguarda un comportamento rigido, solitario, sofferente e pericoloso? Da qui è iniziato lo studio e l’ascolto clinico per comprendere dove questi due “mondi” si incontrano. L’associazione “In Sé” è stata fondata nel 2015 insieme al collega Michele Metelli con il quale abbiamo scelto di occuparci di gioco patologico sia da un punto di vista clinico che da quello formativo e informativo».

Qual è, secondo la vostra esperienza, l’approccio migliore, da un punto di vista terapeutico, per il recupero di chi è affetto da GAP? Quali sono i risultati che vedete sul campo?

Per la mia personale esperienza credo che i giocatori d’azzardo che soffrono necessitino, prima di tutto, di un intervento multisciplinare, poiché molto spesso si presentano con un’urgenza in più aree: personale, economica, legale, familiare e lavorativa. In quest’ottica poter accogliere la richiesta, conoscendo più materie di intervento, può facilitare la formulazione di una risposta orchestrata su più fattori che causano preoccupazione, rischio, sofferenza e grande apprensione. Da un punto di vista clinico, il mio pensiero, è che i giocatori d’azzardo patologico si presentano con un sintomo di dipendenza che li evidenzia come incapaci di smettere di giocare, di gestire il proprio denaro, le proprie relazioni e il proprio tempo. Ciò che ho imparato è che, oltre la diagnosi e la comprensione del sintomo, delle sue distorsioni cognitive e delle sue traduzioni in pensieri e azioni, c’è spesso sullo sfondo una voragine di deficit affettivi e di sofferenza profonda. Da un punto di vista terapeutico, credo, che il recupero più radicato si possa ottenere soltanto con terapie che vadano oltre il sintomo e siano disponibili a incontrare la sofferenza umana, di chi chiede aiuto, su tutti i piani: cognitivo, emotivo, esistenziale e comportamentale. Ho potuto negli anni accompagnare numerose persone a immaginare per sé stesse una nuova vita senza il gioco, con una scelta radicata nelle proprie paure e nelle proprie intenzioni per il futuro.

Accanto all’assistenza clinica cosa servirebbe nel nostro Paese per prevenire e affrontare in modo efficace la piaga dell’azzardo?

Prima di tutto una massiccia azione di corretta informazione che possa rendere il più possibile consapevoli i giocatori, chi vende gioco e tutti gli spettatori di questo fenomeno.

Inoltre penso che sia fondamentale un lavoro di rendicontazione di numeri di casi intercettati, di difficoltà incontrate, di limiti, di ostacoli al sostegno da parte di tutti i servizi e di tutte le associazioni in modo tale che i territori possano conoscere il fenomeno ascoltando più voci. Da questo ascolto si può immaginare un’azione che possa diventare un sostegno e una speranza concreti.

Vuole condividere una storia o una testimonianza di qualche paziente che ritiene significativa?

Ogni storia è sempre diversa, perché i percorsi che portano al gioco patologico sono davvero infiniti e personalissimi. Una delle ultime persone che ho incontrato giocava ai casinò, oltre che alle slot e alle scommesse ippiche. Era un uomo di circa di 50 anni che aveva avuto una brillantissima carriera da manager d’azienda e in pochi anni aveva accumulato molto denaro. Dopo la morte del fratello la passione per l’adrenalina che fino ad allora aveva contenuto è diventata una compensazione al dolore che non poteva esprimere e in pochi anni ha dilapidato un patrimonio nell’azzardo perdendo ogni relazione significativa e ogni bene economico. Un passaggio dei nostri primi incontri è stato “ho visto persone vincere 100 milioni e dopo 2 ore ne avevano persi 150 cioè giocarsi tutti questi soldi con un’estrema facilità come se tanto il giorno dopo ce ne fossero altri”. Mi ha colpito molto, in questo caso, come un’attrazione per il denaro sia diventata una trappola, quando la sofferenza è entrata in campo e lo ha costretto a difendersi evadendo nel “gioco”.

Cosa le piace e la convince della campagna Non ti azzardare?

Mi piace l’impegno e la concretezza con le quali avete scelto di mettere in campo risorse sia economiche di sostegno ai progetti sia culturali per la consapevolezza del fenomeno, le sue caratteristiche e le sue possibili derive. Mi convince l’azione collettiva e il forte messaggio portato avanti con convinzione e impegno.

Questo significa vincere. Infine che cosa è “Run to win” – correre per vincere?

“Run to win, in corsa contro l’azzardo” è la prima gara podistica (competitiva e ludico/motoria) in Italia contro l’azzardo, è nata per sensibilizzare e aumentare la consapevolezza su questa forma di dipendenza ancora poco conosciuta. Corriamo per vincere e per aiutare le vittime dell’azzardo e le loro famiglie a uscire dalla solitudine e dalla vergogna. Questa gara è il simbolo di un lavoro costante, di un’azione collettiva che porta con sé un messaggio di speranza per chi vive nella solitudine e nel dramma di una dipendenza poco conosciuta, poco discussa e poco compresa. Abbiamo scelto il podismo come rappresentante di un’adrenalina data non dall’affidarsi al caso e attendere l’esito, ma come dimostrazione di un piacere costruito giorno dopo giorno nel confronto con sé stessi, accettando i fallimenti e rialzandosi ogni volta verso nuovi traguardi da vincere.

“Run to win” è nata nel 2016 con una prima edizione a Longiano (FC) e si è replicata nel 2017 in due città: Benevento e Longiano.

 

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