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Nella pubblicazione imprescindibile di Natasha Dow Schull Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza viene illustrato il meccanismo che conduce al GAP

L’ultima riedizione è del 2015, ma Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza dell’americana Natasha Dow Schull, curata da Marco Dotti e Marcello Esposito, è un “classico” imprescindibile per chi si occupa di azzardo o vuole capire di cosa si sta parlando. Di che cosa è in gioco.

Lo studio è anche un’inchiesta, e pure un reportage, e illustra molto bene la “zona” patologica dell’azzardo. Qui la raccontiamo con alcune testimonianze di ludopatici raccolte da Natasha, affinché possano essere un invito a leggere e approfondire per capire.

Millie descrive cosa prova quando gioca: «È come essere nell’occhio di un ciclone. Hai una visione chiara della macchina di fronte a te, ma tutto il mondo ti gira intorno e tu non sei in grado di sentire nulla, proprio nulla. Questo perché non sei veramente lì, SEI CON LA MACCHINA ED È L’UNICA COSA CON CUI STAI».

Lucida dipendenza.

Sharon in merito al gioco abituale ha dichiarato: «Io lo so: o sto per vincere o sto per perdere. Non m’interessa se si prende i gettoni o se li tira fuori… premo quei bottoni e mi è concesso di CONTINUARE. Quindi non è davvero un azzardo in tutto e per tutto – infatti è uno dei pochi posti in cui sono sicura di tutto… se non puoi affidarti alla macchina, allora puoi startene pure nel mondo umano dove non esiste alcunché di prevedibile».

Fuga dal caos del reale e dalla propria solitudine.

O.B. confessa: «Quando ho dei problemi vengo qui e gioco ai video poker. LO FACCIO PER DIMENTICARE, PER PERDERMI. Potrei dire che per me la macchina è un’amante, un’amica, è un appuntamento, ma in realtà non è nessuna di queste cose. È un’aspirapolvere che mi succhia la vita e risucchia me fuori dalla vita».

Illusione.
Pura illusione.

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