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Cos’è la Ludopatia?

Il Gioco d’Azzardo Patologico (GAP), più comunemente conosciuto come Ludopatia, è la patologia che rende incapaci di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o fare scommesse, in tutte le sue varianti (offline e online): roulette, slot machine, blackjack, gioco digitale, Gratta&Vinci, VLT ecc… Questa malattia si caratterizza come una vera e propria dipendenza, tanto da essere stata inserita in Italia nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), mentre sul piano internazionale il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) ha spostato la patologia da gioco d’azzardo nella sezione delle dipendenze intitolata “disturbi correlati a sostanze e da addiction”.

Quali le conseguenze?

Chi soffre di ludopatia tende ad aumentare la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare, la somma spesa nell’apparente tentativo di recuperare le perdite, investendo più delle proprie possibilità economiche e trascurando gli impegni (familiari, lavorativi e di convivenza sociale) che la vita gli richiede.
In genere il giocatore affetto dal gioco d’azzardo patologico è totalmente assorbito dal gioco ed è continuamente intento a rivivere le esperienze dell’azzardo, pianificando la prossima impresa di gioco. Ha bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato; mente alla propria famiglia; fa affidamento sugli altri per reperire denaro. La dipendenza da gioco d’azzardo, dunque, porta a drammatiche conseguenze personali e sociali: indebitamento, rovesci finanziari, perdita del lavoro, divorzi, dipendenza da droghe o alcol, fino ai casi più gravi di usura, prostituzione e perfino suicidio. Inoltre, come più volte sottolineato dalla Direzione Nazionale Antimafia, nel settore dell’azzardo la criminalità organizzata ha ampio margine di azione.

I numeri della disperazione

Alcuni esperti sostengono che la ludopatia sia la patologia da dipendenza a più rapida crescita tra i giovani e gli adulti. In Italia ne sono colpite circa 900.000 persone. Si stima che il trend sia in continua crescita soprattutto a causa del web. Con la digitalizzazione, infatti, il fenomeno patologico è in continua evoluzione, tanto che, secondo l’indagine del 2015 dell’IPSAD, affiancata dalla Sezione di Epidemiologia e Ricerca dell’IFC-CNR di Pisa, sono circa 3.000.000 gli Italiani a rischio ludopatia, con un giocatore su due dal profilo critico. Il dato complessivo parla di 16.000.000 di italiani che giocano. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha dichiarato che in Italia sono in cura 12.376 persone. Secondo il G. A. Italia nel nostro Paese ci sono 90 gruppi di giocatori anonimi, frequentati da circa 2.500 presone. A giocare d’azzardo (a livello patologico) sono soprattutto i maschi tra 41 e 50 anni (4:1 rispetto alle donne). Ma andando avanti con l’età, il rapporto tra i sessi cambia e nella fascia 61-70 anni diventa addirittura 1,8:1.

Mentre 1.200.000 di giocatori ha un’età compresa tra i 14 e i 19 anni. Ce lo dice lo Young Millennials Monitor di Nomisma che rileva come il 5% dei Millennials mostri comportamenti di gioco problematici, mentre il 9% è definito a rischio ludopatia. Nel 2014 la Società Medici Pediatrici e Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (paidòss) ha poi rilevato come più di 800.000 adolescenti italiani fra i 10 e i 17 anni giochino d’azzardo, mentre sono circa 400.000 i bambini fra i 7 e i 9 anni che sono già stati iniziati da genitori, parenti o amici al mondo di lotterie istantanee, scommesse sportive e online gambling. Dati del settembre 2015 rilevano che l’88% dei minori fra i 7 e i 18 anni accede almeno una volta al giorno a un social network o a messaggistica istantanea attraverso smartphone.

In “Ludocrazia. Un lessico dell’azzardo di massa” di M.Dotti, si legge che la popolazione italiana è composta da 60.679.836 persone, di cui il 54% ha giocato d’azzardo con puntate e perdite in denaro almeno una volta negli ultimi 12 mesi. La stima dei giocatori d’azzardo che, pur non avendo ancora manifestato patologia o dipendenza, giocano frequentemente investendo discrete somme di denaro, varia dall’1,3% al 3,8% della popolazione generale. Mentre la stima dei giocatori d’azzardo con malattia conclamata varierebbe dallo 0,5% al 2,2%.

Come contrastarla: tra cura e prevenzione

Chi soffre di ludopatia difficilmente è in grado di rendersene conto e di chiedere aiuto. Per questo, accanto ai servizi di cura e prevenzione messi a disposizione dallo Stato, sono le realtà della società civile a scendere in campo. Gli interventi sono molteplici, data la complessità della patologia, sia da un punto di vista sanitario che sociale: psicoterapia individuale e familiare, interventi riabilitativo/educativi individuali, incontri di gruppo psico-educativo e counselling. Fondamentali inoltre il supporto legali e le consulenze finanziarie. Per questo le proposte di cura e assistenza al giocatore patologico e alla sua famiglia prevedono diverse figure professionali: medico, psicologo e psicoterapeuta, educatore, infermiere, assistente sociale, avvocato e consulente finanziario.

Il confine tra il ludico e il patologico

Tradire l’essenza del gioco significa, in una prospettiva tipicamente antropologica, tradire una dimensione essenziale dell’esistenza umana… Solo l’uomo gioca, solo l’uomo, in quanto essere finito e mancante, è integralmente capace di gioco (Marco Dotti, Ludocrazia. Un lessico dell’azzardo di massa).

Nell’azzardo, legale e illegale, il gioco avviene in modo totalmente individuale, senza alcuna interazione con altri partecipanti. I tempi sono rapidi e spesso sincopati, con restituzioni di denaro irrisorie, ma frequenti; mentre il tempo impiegato nel gioco diventa via via più elevato. Si gioca per vincere denaro e anche quando si perde la spinta a continuare è data dal desiderio di recuperare e dall’illusione delle quasi vincite o delle vincite percepite.

CITAZIONI.

“Per esempio è molto difficile persuadere il lettore comune che il fatto che un giocatore di dadi abbia tirato due volte di seguito sei, sia causa sufficiente a far scommettere con la maggior probabilità che il sei non uscirà in una terza giocata. Un pensiero simile di solito è immediatamente respinto dall’intelletto. Non si capisce perché le due giocate già eseguite, e ormai del tutto immerse nel passato, possano avere influenza sulla giocata che esiste solo nel futuro”.

Edgar Allan Poe, Il mistero di Marie Roget.

“Sì, noi li costringeremo a lavorare – afferma -, ma nelle ore di riposo noi organizzeremo la loro vita come un gioco di bimbi, con canzoncine, cori, danze innocenti. Noi permetteremo persino che essi commettano peccato – sono creature così deboli e fragili – ed essi ci ameranno come bambini per il fatto che noi permetteremo loro di peccare. Noi diremo loro che qualsiasi peccato sarà espiato a patto che venga compiuto con il nostro permesso”.

Dostoevskij, I fratelli Karamazov.

“Posso capire che un uomo sia attratto dal gioco ma solo quando tra lui e la morte non resta altro che l’ultimo centesimo”.
JJ Rousseau, Emile.

“Non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s’intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva sino all’aristocrazia. Dove ci è un vero bisogno tenuto segreto, dove ci è uno spostamento che nulla vale a riequilibrare, dove ci è una rovina finanziaria celata ma imminente, dove ci è un desiderio che ha tutte le condizioni dell’impossibilità, dove la durezza della vita più si fa sentire e dove solo il danaro può esser rimedio ivi il giuoco del lotto prende possesso, domina”.

Matilde Serao, Il ventre di Napoli

“Stanotte il cielo era nuvoloso. E quando le nuvole si accomenciano a intricciare fra di loro, si formano una specie di quadri plastici: figure, cape, animale, albere, muntagne… e quando c’è la persona che conosce il trattato della composizione e della combinazione fumogena, fa la storia perfetta della volontà dei vivi e dei morti; ne caccia il così detto costrutto, e dal costrutto i numeri per i terni e le quaterne”.

E. De Filippo, Non ti pago

“Esco dal casinò, guardo, nella tasca del panciotto mi balla ancora un fiorino: “ah, dunque, ci sarà di che desinare!” pensai; ma, fatti un centinaio di passi, cambiai idea e tornai indietro. Puntai quel giorno sul manque (quella volta fu sul manque) e, davvero, c’è qualcosa di speciale nella tua sensazione, quando, solo, in terra straniera, lontano dalla patria, dagli amici e senza sapere quel che oggi mangerai, punto l’ultimo fiorino, proprio, proprio l’ultimo! Io vinsi e dopo venti minuti uscii dal casinò con centosettanta fiorini in tasca. Questo è un fatto! Ecco che cosa può a volte significare l’ultimo fiorino! E se io allora mi fossi perduto d’animo, se non avessi osato risolvermi.”
Dostoevskij, Il giocatore.

“Si sa che gl’infelici facilmente diventano superstiziosi, per quanto poi deridano l’altrui credulità e le speranze che a loro stessi la superstizione certe volte fa d’improvviso concepire e che non vengono mai a effetto, s’intende […] “Né mia suocera né mia moglie” dicevo tra me, in treno “sanno di questo po’ di denaro che mi resta in portafogli. Andrò a buttarlo lì (casinò di Montecarlo, ndr), per togliermi ogni tentazione. Spero che potrò conservare tanto da pagarmi il titorno a casa. E se no”.
Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal.

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